Calvin e Hobbes, un tigrotto di pezza per amico
Calvin e Hobbes, per tutto agosto, sono ospiti del quotidiano la Repubblica. La pagina che per il mese vacanziero s'è incaricata di accogliere e riproporre la fantasia sguinzagliata del bravo Bill Watterson e del suo vivace pargoletto (Calvin) con tigre di pezza al seguito (Hobbes) è ovviamente quella del gioco, curata dell'enigmista nonché valente giornalista Stefano Bartezzaghi. Così, sotto il rettangolo standard del cruciverba che chiama a raccolta tutto il rigore della propria cultura, le avventure a fumetti di chi, di regole, incolonnamenti, spazi da rispettare, nozioni ed altro non ne vuol proprio sapere.
di Elena_Paparelli
Perché l'ignoranza, dice Calvin, è beatitudine, quanto «il segreto della felicità è il proprio stupido interesse a breve termine». Che può condurre, talvolta (almeno se si ama scivolare all'impazzata sulla neve) dritti in un burrone, senza neppure che l'insegnamento che se ne dovrebbe trarre serva in qualche modo a rischiarare l'esperienza del fatto.
Calvin e Hobbes, The authoritative © Bill Watterson - Andrews McMeel Publishing
Calvin (comparso nel novembre del 1985 e "abbandonato" dal cartoonist Watterson nel dicembre del 1995), è, infatti, solo una peste, e tale vuole restare. Forte dell'incoscienza dei sette anni, anticonformista per scelta di vita, egocentrico fino allo spasimo (tanto che 200 a.C. diventa 200 avanti Calvin), è di quei fanciulli (o di quei terremoti) dall'immaginazione più che galoppante, capace di repentini viaggi in orizzontale (vedilo a bordo della sua slitta superveloce con un talento speciale allo schianto) e in verticale (alle prese con dinosauri, mostri, alieni etc.) difficilmente incasellabili almeno secondo le categorie del senso comune, non definibili altrimenti che facendo riferimento alla grammatica interiore di un bambino.
Andirivieni bizzarri, quelli della sua mente, che appaiono agli adulti che
lo circondano come dei veri e propri rebus indecifrabili, peraltro causa
di non pochi grattacapi.
Come poter rintracciare, infatti, nel giocattolo Hobbes un tigrotto giocherellone
(ma talvolta saggio) e pronto alla zuffa (ma spesso "fratello maggiore")
se non guardando la soluzione nel vigore anarchico (ma incline alla carezza)
dei sette anni? Come riuscire a capire i discorsi ad alta voce di Calvin, se
non collocandoli in una dimensione in cui la "realtà" è
sempre troppa (ma la creatività è appena «il panico dell'ultimo
minuto»)? Si è al centro di tutto ma il proprio ombelico non
adombra l'origine dell'universo (contestabile, semmai, nel suo essere "Big
Bang" e non, per esempio, "terrore dallo spazio profondo")? L'assoluta
pigrizia nutrita di critiche materne ha la faccia tosta di rivendicarsi come
«appagamento parassitico»? I peggiori difetti, insomma, sono
rovesciabili a piacimento nelle migliori virtù, non dimenticando
mai il rispetto che ogni riflessione eletta a filosofia, fosse anche quella
intorno alle proprie mutande, esige?
Se l'autostima è facilmente confondibile con l'accettazione scanzonata
della propria mediocrità, Calvin ottiene da sé il patentino
del perfetto (e glorioso) nullafacente, chiamato ad inarrestabili scorribande
- indifferentemente - fra la neve, o i banchi di scuola, sopra gli alberi o
dentro il letto, in automobile o nel giardino di casa propria.
Esuberante ad oltranza e previdente quanto basta ad «assicurarsi un
passato di tutto rispetto» (in una striscia lo vediamo persino intento
a confezionarsi con la macchina fotografica un'infanzia fittizia, semmai decidesse
di fare «qualcosa di responsabile» nella vita...), non di rado facilmente
ricattabile da momenti di malinconia, Calvin, con il fido Hobbes, è stato
il protagonista di una striscia popolare e molto apprezzata dal pubblico per
l'abilità di Bill Watterson di rappresentare lo stratagemma comune
ai bambini intelligenti, desiderosi di garantire una sopravvivenza alla loro
vitalità: quello di "animare" una realtà alternativa
a quella fatta di vecchie professoresse e compiti e genitori diplomati nell'arte
del rimprovero e della messa in ordine, di amichette noiose e di bulli banali,
non disdegnando di concedersi talvolta anche il lusso di qualche attimo di meditabonda
profondità («suppongo che se non ridessimo alle cose che non hanno
senso, non potremmo reagire a gran parte della vita», dice Hobbes. «Non
so se sia divertente o assolutamente terrorizzante», riflette fra sé
Calvin).
Calvin e Hobbes, The essential © Bill Watterson - Andrews McMeel
Publishing
La capacità metamorfica di Calvin si nutre evidentemente dei B-movie
anni 50 (può diventare animale del paleolitico o insetto gigantesco,
o chissà cos'altro) e il trash puro sembra essere il suo cavallo
di battaglia. Così, non è la fantasia, ma la realtà, nelle
strisce di Watterson, ad entrare in maniera laterale, delimitando con la forza
della necessità quello che sarebbe viceversa un blob continuo
che attinge senza posa al vasto magazzino della mostruosità, in cui Calvin
ha archiviato deliri di onnipotenza e vertiginose cadute, baci della buona notte
e fantasmi sotto il letto.
Calvin, insomma, non è altro che un piccolo pesciolino nel mare del vivere
quotidiano che, striscia dopo striscia, impara lo sfruttamento delle forme
addizionali di propulsione e controllo dell'ambiente fantastico, e ci si
acconcia su nel miglior modo possibile. Fino a quando, a corto di idee, si ritrova
in apnea e il suo papà decide che non è opportuno lasciarlo in
ammollo oltremisura, magari preda degli squali del merchandising.
L'occasione offerta da Repubblica lo ripropone sguazzante nella sua
consueta, scalmanata tenerezza, inesauribile fonte di divertimento. In Italia,
le strisce di Watterson sono state pubblicate dalla rivista Linus e raccolte
in diversi libri dalla Comix. Calvin e Hobbes: tavole domenicali 1985-1995
è il volume per chi, già fan di Watterson, vuole saperne di più
sui retroscena dei suoi fumetti.
Elena Paparelli

