Harajuku Guys

La ragazza seduta per terra ha una benda sull'occhio, come la sua amica. Si sono truccate dopo essere arrivate sul ponte. Adesso sorridono, mentre la folla dei curiosi si aggira tra di loro. La prima cosa che mi è venuta in mente, appena arrivati, è stato il Satyricon di Federico Fellini. Istantanee di decadenza dell'impero. E anche lo sparuto gruppetto di loro connazionali di religione cristiana, riuniti in circolo a pochi metri di distanza, quasi a invocare l'aiuto del Cielo con apocalittico furore, sembravano una cornice perfetta. Ai lati, sparsi lungo il ponte che precede l'ingresso del parco di Yoyogi, a Tokyo, i ragazzi e le ragazze di Harajuku. Eccentrici, multiformi, ambigui. Diretta emanazione del delirio pop giapponese, si riuniscono ogni domenica a celebrare la loro furia insieme creativa e citazionista.

di Daniele_Condorelli

© Daniele Condorelli
Due amiche chiacchierano © Daniele Condorelli

Arrivano a gruppetti, a volte anche solo in coppia. Alcune hanno con sé un piccolo trolley, in cui portano parrucche e trucchi. Mi avvicino timidamente, chiedo se posso fare una foto con loro. Dopo il primo scatto, comincio a provarci gusto, e tramite il mio interprete riesco a rivolgere qualche domanda. «Perché ci vestiamo così? Perché ci piace, perché è bello, e perché viene sempre la televisione». E la televisione, puntuale, arriva, rapendo anche le mie due interlocutrici.
La conduttrice, lievemente esagitata all'inizio, si fa serissima: alla fine sceglie alcune vincitrici e comincia a intervistarle. Vicino alle telecamere si forma un piccolo crocchio.

I ragazzi e le ragazze di Harajuku, dicevamo. I loro raduni, ormai, hanno assunto le cadenze del rito. Ne parlano persino le guide turistiche, e con sano pragmatismo americano si è accostata a questo fenomeno anche Gwen Stefani, che non smette di omaggiare Harajuku nei suoi video.
La moda che va per la maggiore è quella delle gothic lolita: si vestono come damine dell'Ottocento, abbondando in pizzi e merletti. Alcune si coprono con vezzosi ombrellini, altre portano guanti immacolati. E' difficile, vedendole così, immaginarle con la classica divisa alla marinaretta, che le ragazze sono obbligate a indossare per andare a scuola sino a quando non terminano il liceo.
Paradossi della terra del sol levante, dove per ogni cosa c'è un ferreo codice cui fare riferimento.

© Daniele Condorelli
Gothic lolita a riposo © Daniele Condorelli

Il loro mondo sembra insieme aspro e melenso: un universo improbabile che non conosce il principio di non contraddizione, e dove Hello Kitty e Sid Vicious si danno la mano, in una piccola orgia di riferimenti che racchiudono tutto il mondo dell'adolescenza, allo stesso tempo beffardo e pudico, strafottente e insicuro. Ma sia chiaro: in tutto questo non c'è praticamente nessun riferimento al sesso. Lolita, per loro, significa «infantile». Nulla di più.

Sarebbe comunque troppo facile criticarli a priori. Cerchiamo di capire, invece.
La loro moda nasce intorno alla fine degli anni Novanta, sulla scia del successo dei gruppi visual rock, band che amano fondere le influenze del glam inglese, con una concezione nipponica dell'esibizione musicale. I capiscuola sono gli X Japan del carismatico leader Hide, deceduto in circostanze poco chiare nel 1998. Altra formazione seminale è quella dei Malice Mizer, nei quali militava l'eccentrico chitarrista Mana, vero alfiere del movimento, e proprietario della catena di negozi Moi-mème-Moitiè.

© Daniele Condorelli
Un volantinaggio originale © Daniele Condorelli

Piano piano, anche gli autori di manga hanno cominciato a guardare alle gothic lolita come fonti di ispirazione e così hanno fatto la loro comparsa opere come Angel Sanctuary e God Child di Kaori Yuki, Paradise Kiss di Ai Yazawa o Chobits delle Clamp.
E se Kaori Yuki si nutre abbondantemente di atmosfere dark e decadenti, scegliendo persino di ambientare le sue storie nella Londra vittoriana, le opere di Ai Yazawa hanno un carattere più solare e intimista, incentrate come sono sulla ricerca della felicità e dell'affermazione professionale dei protagonisti nel mondo della moda.

Cosplay Culture. Fenomenologia dei costume players italiani
© Illustrazione Daniele Inchingoli / Tunué

Luca Vanzella
Cosplay Culture
Fenomenologia dei costume players italiani

Prefazione di Carlo Branzaglia
Tunué, 2005 - Collana «Lapilli» n. 4
cm. 14x19; pp. 160 + ill. a colori; cop. col. con bandelle
ISBN: 88-89613-04-1
Euro 14,50

Con gli occhi a mandorla. Sguardi sul Giappone dei cartoon e dei fumetti © Tunué, 2005
Illustrazione © Alessandro Rak

Roberta Ponticiello e Susanna Scrivo (a cura di)
Con gli occhi a mandorla
Sguardi sul Giappone dei cartoon e dei fumetti

Prefazione di Luca Raffaelli
Tunué, 2005 - Collana «Lapilli» n. 2
cm. 14x19; pp. 240, cop.col. con bandelle
ISBN 88-89613-08-4
Euro 14,50

Sono passate un paio d'ore da quando sono arrivato, e nel frattempo l'affluenza qui sul ponte non accenna a diminuire, con i ragazzi che sciamano da una parte all'altra, alla ricerca dei cosplay (da costume player: chi si veste imitando un personaggio degli anime o dei manga, o anche un artista musicale) più interessanti.
Decido di addentrarmi ancora più profondamente nel cuore del regno dei ragazzi di Harajuku.

© Daniele Condorelli
Entrata di Takeshita Street © Daniele Condorelli

Simile alla Carnaby Street di Londra, ma più colorata e stravagante, Takeshita Street è un enorme suk a cielo aperto. Alcuni negozi sono piuttosto grezzi, altri hanno un sapore quasi raffinato e minimalista. Espongono di tutto. A farla da padrone sono sempre i vestiti da lolita, nelle loro diverse sfumature - sì, perché i sottogeneri sono numerosi, in questo campo: si va dalle classic lolita style alle punk industrial lolita - ma non mancano negozi di cd o di cianfrusaglie varie.

Ad attirare la mia attenzione, ci pensa una piccola caverna dalle pareti bianche, scavata proprio all'ingresso. Al suo interno, l'esposizione più vasta esistente di gadget legati ai divi del Jrock e del Jpop (rispettivamente, rock e pop giapponese). La prima associazione che mi viene in mente è quella con i negozi di santini. Solo che qui la sacralità non c'entra nulla, e le avventrici sembrano prosaicamente interessate alle fattezze fisiche dei loro idoli.

Takeshita Street è, come al solito, tappezzata di persone e si cammina a fatica. Si viene per fare acquisti, per guardare, e, forse, anche per farsi guardare. Di fronte alla realtà un po' omologata del mondo occidentale, i giapponesi sembrano non aver paura delle diversità e delle stravaganze. Almeno per quanto riguarda l'abbigliamento. Eppure, non sono pochi a pensare che la strada dell'emancipazione femminile, in questo paese, passi per le vie dello shopping.

© Daniele Condorelli
Un cosplay ispirato al musicista Mana
© Daniele Condorelli

In una nazione che ha sempre visto il matrimonio come una istituzione sociale, avente più lo scopo di rinsaldare i rapporti tra le famiglie che quello di sancire un rapporto tra due persone, anche il sottrarsi ai doveri della famiglia per rifugiarsi in un mondo di acquisti sembra essere un modo per infrangere dei tabù di lunga data.
Ma forse, al di là delle varie interpretazioni sociologiche, tutto questo resta una delle manifestazioni del "Paese dei mutamenti", quel Giappone che rimane sempre uguale a sé stesso e sempre inafferrabile, camuffandosi nelle identità più colorate e pittoresche, rimasticando e rinterpretando le tendenze di costume più disparate.

E il senso di quanto ho visto sta allora nelle parole di Keiko, che incontro di fronte alle macchinette che sfornano le printu photo, le foto tessera da appiccicare sul cellulare: «Vorrei trovare un lavoro ed essere indipendente da grande, anche se so che al giorno d'oggi non è facile. Per adesso mi accontento di andare a scuola, di uscire con le mie amiche, e di fare i cosplay la domenica. Non faccio nulla di male alla fine, no?».
Daniele Condorelli

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