Valzer con Bashir

Ari Folman, autore e regista del film, in questo documentario autobiografico si confronta con il suo passato e lo analizza raccontando di quando era un giovane soldato israeliano durante la prima guerra del Libano, negli anni '80

di Federica Lippi

La cosa che incuriosisce di questo film, prima ancora della messa in scena animata, è il polverone che ha scatenato la supposta presa di coscienza israeliana sui fatti della guerra in medioriente, i fatti dei massacri, i fatti che tutti più o meno conoscono date le cronache degli ultimi decenni.

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© Ari Folman

Il protagonista (nonché autore e regista, Ari Folman) si rende conto di aver rimosso una parte importante della sua gioventù, la parte che lo vedeva soldato appena diciannovenne alle prese con gli scontri in Libano tra israeliani e palestinesi. Ricorda i suoi compagni ma non ricorda i fatti, vede se stesso al mare, di notte, nudo davanti alla città, le sagome nere degli altri militari. Basta, nient’altro.

Per capire quell’immagine e ricostruire un segmento perso del suo passato decide di andare a trovare i compagni di un tempo, si fa consigliare da un amico psicologo, intervista persone che all’epoca c’erano e sapevano.

L’episodio determinante, rimosso completamente, è il massacro di Sabra e Chatila, due campi profughi dove intere famiglie palestinesi furono massacrate dai falangisti cristiani, che decisero di vendicare in tal modo l’assassinio del quasi presidente del Libano Bashir Gemayel (sarebbe stato eletto di lì a pochi giorni).

Il valzer con Bashir è quello che il soldato Frenkel, amico del protagonista, intraprende sotto una pioggia di pallottole solo per fare dispetto al nemico, davanti all’enorme immagine-simbolo di Gemayel. È una scena toccante, come quella del cecchino donna in Full Metal Jacket, come il napalm al ritmo di Wagner in Apocalipse Now.

Le guerre fanno parte, tutte, dell’unico grosso neo della storia, e in tutte le guerre i rapporti di complicità, alleanze, accordi e disaccordi sono sottili e intricati. L’amico psicologo, alla fine del film, decreta che Folman è innocente per quanto riguarda il massacro, gli israeliani non c’entravano, non sapevano, la colpa fu interamente dei falangisti cristiani (il movimento delle Falangi Libanesi fu fondato nel 1936 da Pierre Gemayel, padre di Bashir, sotto l’influsso dei gruppi di estrema destra spagnoli e italiani), “gli assassini e i cerchi intorno a loro non sono la stessa cosa”. Folman era in uno dei cerchi concentrici che i soldati israeliani formarono intorno ai luoghi dello sterminio per “sorvegliare” (o coprire?) la situazione. Non sanno cosa sta succedendo ma quello è stato l’ordine ricevuto, finché qualcuno non si accorge di qualcosa. Sparano a donne e bambini. Portano via gruppi di civili che non tornano più. Il giornalista Ron Ben-Yishai telefona al presidente Sharon, possibile che lui non sia al corrente, non faccia qualcosa? Sharon ringrazia per l’informazione, augura buon anno e mette giù.

È plausibile che i soldatini ventenni fossero all’oscuro di tutto ma il film non consegna di certo alla storia lo Stato di Israele come esempio di pacifismo solo perché parla di una strage non perpetrata dai soldati israeliani. Quegli stessi soldati che appena sbarcati non ci pensano due volte prima di crivellare di colpi una macchina, per poi accorgersi che dentro c’era una famiglia di civili.

Il punto, in ogni caso, non è questo. Folman svolge un lavoro onesto di ricerca su se stesso, ricostruendo il suo passato tramite una sorta di “seduta psicanalitica disegnata”. Il film non porta avanti tesi politiche, non è un’apologia di Israele, né della Palestina, né una condanna dei falangisti. Il film è un documentario autobiografico, quindi prende in considerazione, ça va sans dire, documenti, che siano interviste, fotografie dell’epoca, ricordi personali. L’unica tesi che se ne può trarre è la condanna delle guerre in generale, perché mandare dei ventenni a sparare senza motivo contro qualunque cosa si muova ha la stessa tragica valenza di organizzare un massacro a tavolino. C’è chi perde la vita e chi perde la memoria, quello di Folman non è l’unico caso di rimozione post-bellica.

Il troppo scalpore non sarà dato forse dall’utilizzo dell’animazione, mezzo insolito per parlare di fatti storici tanto drammatici?

Tale scelta si rivela vincente e la resa stilistica è ottima. Un film dal vivo sarebbe stato noioso, solo una serie di interviste a uomini seduti e immagini di repertorio. In questo modo le interviste rimangono, ma alternate a scene del conflitto, sogni e visioni dei soldati, ricordi reali o realistici. La musica gioca un ruolo fondamentale, la scelta dei brani è calzante ed enfatizza al massimo scene che restano impresse (oltre al valzer, la festa sulla nave diretta verso la guerra, con i soldati che ballano Enola Gay - “you should have stayed at home yesterday”).

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© Ali Folman
Il regista ci tiene a precisare che il film non è stato realizzato in rotoscopio, cioè i disegni non sono stati fatti sulla pellicola precedentemente impressa dal vivo (una tecnica molto usata, ad esempio nei film A scanner darkly e Waking Life, di Richard Linklater) ma che invece è una combinazione di animazione in Flash, animazione tradizionale e 3D. Le interviste, girate dal vivo in un teatro di posa, sono state poi ridisegnate ex novo per un totale di 2300 illustrazioni.

Valzer con Bashir rende evidente e mette sotto gli occhi di tutti il fatto che l’animazione è semplicemente un mezzo per raccontare, non è un genere, non ha un target unico e definito, non è una “cosa da nerd”, da appassionati, da addetti ai lavori. È un mezzo. E come tale va usato, sviscerato, lavorato, studiato, analizzato in tutte le sue infinite potenzialità.

Parallelamente al film Ari Folman e il disegnatore David Polonsky hanno realizzato anche l’omonimo graphic novel, uscita praticamente in contemporanea. Anche qui il lavoro è stato certosino e delicato, non si tratta infatti di una raccolta stampata dei fotogrammi della pellicola, ma ancora una volta di una stesura ex novo, realizzata prendendo come base lo storyboard del film. Questo perché gli espedienti narrativi di un film e di un fumetto sono per forza di cose molto diversi e necessitano di lavorazioni differenti. Polonsky afferma che il grosso del lavoro, sul fumetto, ha riguardato il montaggio e il processo editoriale. Dopo più di un anno, quello ottenuto è un prodotto in cui “la forma segue la funzione”, cioè l’estetica si adatta allo svolgimento narrativo, con risultati eccellenti.

Nel volume è presente anche una lunga intervista a Polonsky, incentrata sulla lavorazione del fumetto, molto interessante ed esauriente.   


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© Rizzoli-Lizard
Ari Folman, David Polonsky

Valzer con Bashir - Una storia di guerra

Rizzoli-Lizard, 2009

Pagine 144

ISBN 9788817029124

18,00 euro





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